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1° Quesito - Per consentire nuove cure
Art. 10.
L'ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute.
La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali.
Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d'asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge.
Non è ammessa l'estradizione dello straniero per reati politici.
Tra rallentamenti e velocità /11
Mora, pompelmo e lampone... tutti frutti di stagione... un mare nel mezzo che sembrava un oceano... e il sole che ci evaporava dentro.
Tempo di caldo e di ricordo, con profumi che ci assomigliano nello sguardo...
...tra Volterra e le rovine, tra le api ed il miele... tra sogni rallentati e velocemente ripartiti... lui la guardò e lei lo guardò... con l'estate alle porte e il gelato che cola dalle finestre.
"...e qui si fa l'Italia ...e si muore..."
Vie d'Italia:
Trascrizione dell'intervista rilasciata dal magistrato Paolo Borsellino il 19 Maggio 1992 ai giornalisti Jean Pierre Moscardo e Fabrizio Calvi, così come è andata in onda in televisione. L'intervista venne registrata quattro giorni prima dell'attentato di Capaci in cui fu ucciso Giovanni Falcone. Due mesi dopo (il 19 luglio) lo stesso Borsellino fu ucciso nell'attentato di via D'Amelio a Palermo. In questa intervista si parla dei rapporti tra Berlusconi e la mafia.
Borsellino
Sì, Vittorio Mangano l'ho conosciuto anche in periodo antecedente al maxi-processo e precisamente negli anni fra il 1975 e il 1980, e ricordo di aver istruito un procedimento che riguardava delle estorsioni fatte a carico di talune cliniche private palermitane. Vittorio Mangano fu indicato sia da Buscetta che da Contorno come "uomo d'onore" appartenente a Cosa Nostra.
Giornalista
"Uomo d'onore" di che famiglia?
Borsellino
L'uomo d'onore della famiglia di Pippo Calò, cioè di quel personaggio capo della famiglia di Porta Nuova, famiglia della quale originariamente faceva parte lo stesso Buscetta. Si accertò che Vittorio Mangano, ma questo già risultava dal procedimento precedente che avevo istruito io e risultava altresì da un procedimento cosiddetto procedimento Spatola, che Falcone aveva istruito negli anni immediatamente precedenti al maxi-processo, che Vittorio Mangano risiedeva abitualmente a Milano, città da dove come risultò da numerose intercettazioni telefoniche, costituiva un terminale del traffico di droga, di traffici di droga che conducevano le famiglie palermitane.
Giornalista
E questo Mangano Vittorio faceva traffico di droga a Milano?
Borsellino
Vittorio Mangano, se ci vogliamo limitare a quelle che furono le emergenze probatorie più importanti risulta l'interlocutore di una telefonata intercorsa fra Milano e Palermo, nel corso della quale lui, conversando con un altro personaggio mafioso delle famiglie palermitane, preannuncia o tratta l'arrivo di una partita di eroina chiamata alternativamente, secondo il linguaggio convenzionale che si usa nelle intercettazioni telefoniche, come magliette o cavalli.
Giornalista
Comunque lei in quanto esperto, può dire che quando Mangano parla di cavalli al telefono, vuol dire droga.
Borsellino
Si, tra l'altro questa tesi dei cavalli che vogliono dire droga, è una tesi che fu avanzata alla nostra ordinanza istruttoria e che poi fu accolta al dibattimento, tanto è che Mangano fu condannato al dibattimento del maxi processo per traffico di droga.
Giornalista
Dell'Utri non c'entra in questa storia?
Borsellino
Dell'Utri non è stato imputato del maxi processo per quanto io ne ricordi, so che esistono indagini che lo riguardano e che riguardano insieme Mangano.
Giornalista
A Palermo?
Borsellino
Sì, credo che ci sia un'indagine che attualmente è a Palermo con il vecchio rito processuale nelle mani del giudice istruttore, ma non ne conosco i particolari.
Giornalista
Marcello Dell'Utri o Alberto Dell'Utri?
Borsellino
Non ne conosco i particolari, potrei consultare avendo preso qualche appunto, cioè si parla di Dell'Utri Marcello e Alberto, di entrambi.
Giornalista
I fratelli
Borsellino
Sì.
Giornalista
Quelli della Publitalia?
Borsellino
Sì.
Giornalista
Perché c'è nell'inchiesta della San Valentino, un'intercettazione fra lui e Marcello Dell'Utri in cui si parla di cavalli.
Borsellino
Beh, nella conversazione inserita nel maxi-processo, si parla di cavalli da consegnare in albergo, quindi non credo potesse trattarsi effettivamente di cavalli, se qualcuno mi deve recapitare due cavalli, me li recapita all'ippodromo o comunque al maneggio, non certamente dentro l'albergo.
Giornalista
C'è un socio di Marcello Dell'Utri, tale Filippo Rapisarda che dice che questo Dell'Utri gli è stato presentato da uno della famiglia di Stefano Bontade.
Borsellino
Palermo è la città della Sicilia dove le famiglie mafiose erano più numerose, si è parlato addirittura in un certo periodo almeno di duemila uomini d'onore con famiglie numerosissime, la famiglia di Stefano Bontade sembra che in un certo periodo ne contasse almeno 200, si trattava comunque di famiglie appartenenti a una unica organizzazione, cioè Cosa Nostra, i cui membri in gran parte si conoscevano tutti, e quindi è presumibile che questo Rapisarda riferisca una circostanza vera.
Giornalista
Lei di Rapisarda ne ha sentito parlare?
Borsellino
So dell'esistenza di Rapisarda, ma non me ne sono mai occupato pesonalmente.
Giornalista
Perché quanto pare, Rapisarda, Dell'Utri, erano in affari con Ciancimino, tramite un tale Alamia.
Borsellino
Che Alamia fosse in affari con Ciancimino è una circostanza da me conosciuta e che credo risulti anche da qualche processo che si è già celebrato. Per quanto riguarda Rapisarda e Dell'Utri, non so fornirle particolari indicazioni, trattandosi ripeto sempre di indagini di cui non mi sono occupato personalmente.
Giornalista
Non le sembra strano che certi personaggi, grossi industriali come Berlusconi, Dell'Utri, siano collegati a uomini d'onore tipo Vittorio Mangano?
Borsellino
All'inizio degli anni Settanta, Cosa Nostra cominciò a diventare un'impresa anch'essa, un'impresa nel senso che attraverso l'inserimento sempre più notevole, che a un certo punto diventò addirittura monopolistico, nel traffico di sostanze stupefacenti, Cosa Nostra cominciò a gestire una massa enorme di capitali, dei quali naturalmente cercò lo sbocco, perché questi capitali in parte venivano esportati o depositati all'estero e allora così si spiega la vicinanza tra elementi di Cosa Nostra e certi finanzieri che si occupavano di questi movimenti di capitali.
Giornalista
Lei mi dice che è normale che Cosa Nostra si interessi a Berlusconi?
Borsellino
è normale che chi è titolare di grosse quantità di denaro cerchi gli strumenti per poter impiegare questo denaro, sia dal punto di vista del riciclaggio, sia dal punto di vista di far fruttare questo denaro.
Giornalista
Mangano era un pesce pilota?
Borsellino
Sì, guardi le posso dire che era uno di quei personaggi che ecco erano i ponti, le teste di ponte dell'organizzazione mafiosa nel nord Italia.
Giornalista
Si dice che abbia lavorato per Berlusconi?
Borsellino
Non le saprei dire in proposito o anche se le debbo far presente che come magistrato ho una certa ritrosia a dire le cose di cui non sono certo, so che ci sono addirittura ancora delle indagini in corso in proposito. Non conosco quali atti siano ormai conosciuti, ostensibili e quali debbano rimanere segreti. Questa vicenda che riguarderebbe i suoi rapporti con Berlusconi, è una vicenda che la ricordi o non la ricordi, comunque è una vicenda che non mi appartiene, non sono io il magistrato che se ne occupa quindi non mi sento autorizzato a dirle nulla.
Giornalista
C'è un'inchiesta ancora aperta?
Borsellino
So che c'è un'inchiesta ancora aperta.
Giornalista (in francese)
Su Mangano e Berlusconi a Palermo?
Borsellino
Sì.
Art. 9.
La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica.
Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.
Coerentemente
"L'unità del centrosinistra è certa. E la federazione dei partiti riformisti pure"
(Francesco Rutelli, Ansa, 12 maggio 2005)
...da uno che cambia idea così velocemente possiamo aspettarci di tutto. Proprio di tutto...di tutto e di più.
Art. 8.
Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge.
Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l'ordinamento giuridico italiano.
I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze
Art. 7.
Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani.
I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale.
La deriva del mondo che trema
Sognavamo, e siamo stati costretti a svegliarci: George W. Bush è di nuovo il Presidente degli Stati Uniti d’America. Il giorno dopo le elezioni presidenziali, l'Indipendent titolava: “Four more years”, altri quattro anni di Bush e della sua politica, altri quattro anni di guerra infinita e di “bene contro il male” (ovviamente nel nome di Dio), altri quattro anni di unilateralismo e di guerre preventive, altri quattro anni di devastazione ambientale e di intolleranza verso gli omosessuali. Tragicamente e "solamente" altri quattro anni. Queste sono però solo supposizioni tratte dal già conosciuto, le prospettive del secondo mandato sono ancora molto incerte e commetteremo un errore a pensare che la politica dell'amministrazione Bush resterà simile a se stessa anche nei prossimi quattro anni (per fortuna – obbligatoriamente – gli ultimi quattro). Molto probabilmente il tempo peggiorerà: pioggia e nebbia. Nel discorso di insediamento per il secondo mandato Bush ha ribadito che la sua missione politica sarà quella di cancellare dalla faccia della terra le tirranie cattive, quelle guidate da uomini con benda sull'occhio e denti di squalo. Insomma, si è fatto nuovamente portatore della categoria del “Bene Supremo” indossando mantello rosso e -S- sul petto. S-concertante.
Il popolo americano, nonostante non sia mai stato spaccato in due come questa volta, si è pronunciato in maniera netta: "Bush presidente", "Bush è il nostro Comandante". In tempo di guerra il Comandante non si cambia. E' bastato il tempo di un'alba e di un tramonto per dare legittimità a lui e alla sua politica, legittimando le ambigue elezioni del 2000, legittimando la guerra preventiva in Iraq con i suoi tanti morti, anche tra gli americani; legittimando una guerra costruita su falsità e favole inventate, legittimando una guerra al terrorismo che alimenta il terrorismo, legittimando le torture di Abu Ghraib e la "divertente" prigione di Guantanamo. Legittimando tragicamente tutto questo, “dati, causa e pretesto”.
Come mai l’elettorato americano ha giustificato tutto questo? Ma soprattutto - domanda delle domande - : Come mai i Democratici non sono riusciti a vincere malgrado tutto? Credo che il problema dei Democratici si possa estendere a tutte le Sinistre, compresa quella europea. Corro il rischio di generalizzare, ma l'intendo è quello di sottolineare un problema di fondo che è sotto gli occhi di tutti..
Le Sinistre non riescono più a dare una risposta alle esigenze delle classi emarginate, delle grandi periferie, delle lontane province. Sembra quasi - la cosa è proccupante - che la Sinistra riesca solo a comunicare con l’intellighenzia della società, riesca a trovare consensi solo nei grandi centri culturali (New Jersey, California, Illinois, Meryland per gli Stati Uniti) mentre riesce abilmente a perdere la grande “periferia americana”, la “grande provincia”, il suo elettorato “naturale”.
I pacifisti popolano, con le loro bandiere multicolore e con la loro allegra speranza, le strade di New York, San Francisco e Washington. E’ lì che l’indignazione entra nelle piazze, non certamente in South Carolina o in Alabama. Gli intellettuali di sinistra criticano, s'indignano, avanzano proposte dalle loro cattedre universitarie e giornalistiche; cattedre troppo "alte", lontane dalla maggioranza delle persone comuni che non possono sentire, visto il rumore di fondo che popola il mondo. Nell'ultima campagna elettorale, contro Bush si erano schierati i grandi quotidiani e tutto lo Star System, da Allen a Springsteen, da Dylan a Scorsese ma non è bastato, non è bastato neppure il paffuto Moore con il suo documentario anti-Bush. C’è da chiedersi: Ma chi parla al benzinaio texano o alla telefonista part-part-part-time che fatica per arrivare alla fine del mese?
Siamo in un momento storico di grande incertezza, multiforme e multicolore, il mondo non è più semplicemente diviso in due “maniere” opposte, non si è più comunisti o anticomunisti, il muro è caduto e la scelta non è più digitale, il dubbio - tra lo zero e l’uno - non c'è più. Oggi siamo una miriade di cose diverse, sfaccettati e complessi, difficilmente collocabili in qualche spartana categoria. Anche il mondo del lavoro è intricatissimo, diversificato e flessibile, determinato e indeterminato, “co.co.co” e “co.co.de”. Cosa significa oggi essere un “lavoratore”, un “operaio”? Le grandi correnti di elettorato stabile si sono sciolte, la complessità raggiunta dalla società contemporanea non è paragonabile a quella di qualche decennio fa.
In certi bar si mormora che: “E’ cambiato il mondo”.
In questo velocissimo mutamento la Sinistra si è un po’ persa. Si è persa - come (quasi) sempre storicamente - nei dibattiti interni tra radicali e riformisti, tra chi è socialdemocratico e chi è post-comunista, tra quelli che pretendono di essere sempre più rossi dei rossi e quanti dicono che in fondo il rosa è un bel colore, che per governare bisogna puntare al tanto famigerato “centro”. La tipica dialettica della Sinistra, forse connaturata alla sua sopravvivenza ma irritante per alcuni suoi meccanismi tipici del “facciamoci del male”.
A Destra, patria - oggi - della apoliticità, è tutto più semplice perché il problema maggiore è come assecondare gli elettori e mantenere certe posizioni di potere. Di conseguenza le questioni di merito, sui problemi reali, diventano marginali e il più delle volte sono vissute come fastidiose (ma riacquistano magicamente importanza in prossimità delle elezioni); la dialettica interna quasi non esiste e spesso si riduce a una giostra di poltrone, concludendosi quando tutti sono o tornano seduti.
L’esempio più facile da citare è anche quello più vicino a noi, anzi siamo noi: il caso italiano. La nostra cara telecrazia italiana. Cosa fa il berlusconismo? Non risolve problemi (a parte quelli strettamente personali), ma alimenta speranze, promette e dà pacche sulle spalle, strizza l’occhio e condona i furbi. Con sondaggi, ricerche di mercato, focus group si scoprono le debolezze/esigenze del cittadino medio. La grande massa pulsante del paese pensa che i politici non fanno niente? Il politico berlusconiano affermerà con tono solenne: “Noi siamo quelli del fare, non i soliti politicanti che parlano e non fanno niente”. Al “popolo” non piacciono le tasse? Il politico del “mi consenta” dichiarerà con voce bassa e giusta: “Noi abbasseremo le tasse, aspettate (certo aspettate) e vedrete”, poi le Tv amplificano e il mormorio nelle strade cresce. Questo è il giochetto del tanto famigerato populismo che avanza. Risposta facile e stereotipata. In una società molto diversificata, presa dal sempre più difficile quotidiano vivere, invasa dalla precarizzazione del lavoro, dalla paura del domani, le risposte stereotipate convincono e consolano, la Tv riscalda e le false speranze ci fanno andare avanti. La gente presa dalla propria incerta vita non coglie la visione del sistema generale e vive passo dopo passo perdendo di vista l’orizzonte. Se a questo aggiungiamo l'arrivo del “mostro”, del “cattivo”, del noi contro loro, i maligni (loro) che uccidono i buoni (noi), allora noi nel nome del Dio e della Verità andiamo e attacchiamo, magari preventivamente, magari con prove fasulle, magari solo per interessi, ma intanto noi siamo i belli, i buoni e i giusti. Il mondo, intanto, trema, telefoniamo al mago, compriamo il talismano e votiamo il nano.
La Sinistra da parte sua non crea un nuovo modello, sembra sfidare la Destra sullo stesso campo, ma come sappiamo l’originale vince sempre. La critica che molti analisti hanno fatto alla sconfitta a Kerry è stata proprio quella della non-marcata diversità con il suo avversario Bush. La Sinistra deve ricostruirsi, formare un nuovo tessuto sociale, alimentare la partecipazione, riformulare una propria identità, richiamare i tre valori cardine della Rivoluzione francese: Liberté, Egalité e Fraternité, aggiornati dalla Spd negli anni Cinquanta in Libertà, Giustizia e Solidarietà. Deve trovare un modo nuovo di far politica, recuperando la memoria e difendendola dal meccanismo di cancellazione del passato messo in atto da molti mezzi di comunicazione contemporanei, oggi paradossalmente sappiamo più del mondo di quanto non si sapesse ieri ma si dimenticano le cose con una facilità che ci dovrebbe imbarazzare.
Il lavoro della Sinistra è, per forza di cose, un lavoro faticoso, come del resto è faticoso costruire, resistere alla tentazione della scorciatoia. La Sinistra deve dare alla gente gli strumenti per capire e decidere. Rifiutare la politica della paura e della chiacchiera. Contrapporre all’idea populista delle false speranze una Visione, un programma a lungo termine, dare un respiro. Allontanarsi dall’Utopia e creare una Visione, Visione intesa come un sogno con data di scadenza.
Perché dove c’è tempo per pensare si può pensare, dove c’è tempo per informarsi ci si può informare. Il compito delle forze di sinistra è dare tempo a chi tempo non ne ha, far pensare i non pensanti, informare i disinformati. Quindi “…Adelante, Adelante…”.
P.S. Tutto questo non vuole essere una verità, un’analisi politologia. Le categorie di Destra e di Sinistra sono utilizzate coscientemente in maniera generica e semplicistica…tutto questo è solo un l'affresco che ho visto, che vedo tutti i giorni. Che non vuole essere sguardo nero sul mondo. Al massimo marrone.
Lorenzo Zambini
Art. 6.
La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche
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"In nome del petrolio - la verità scomoda" |
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"In nome del petrolio - la verità scomoda": è il titolo dell'inchiesta di Rainews24 sulla missione italiana in Iraq, che è andato in onda questa mattina alle 7,34. Nel reportage è stato mostrato un dossier del governo, redatto sei mesi prima della guerra in Iraq, nel quale già si indicava Nassiriya come località strategica per l'Italia, rispetto ai nostri interessi petroliferi. Foto, filmati e testimonianze sull'attività del contingente italiano dimostrano come il motivo principale della nostra presenza a Nassiriya sia la protezione di oleodotti e raffinerie, in una zona ricchissima di giacimenti. |
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link utili: Rainews24 ........e Repubblica.it
di nuovo Pier Paolo Pasolini
Perora questo è l'ultimo post che dedico a Pasolini, visto che non è né il mio ruolo né di questo blog di-mostrare quello che Pasolini diceva. Credo che sia spiacevolmente irritante dire di Pasolini: "...mi è sempre rimasto sul cazzo..." ...certo siamo liberi di esprimere le proprie opinioni e le proprie idee (...ci mancherebbe)...ma credo che un affermazione del genere banalizzi una personalità come quella di Pasolini...e credo che non si meriti la banalizzazione di nessuno, la non condivisione si...ma la banalizzazione no. Banalizziamo su Berlusconi, su Buttiglione, su gli slogan populisti di Agnoletto e Casarini...ma non su Pasolini.
“In tutta la mia vita non ho mai esercitato un atto di violenza né fisica né morale. Non perché io sia fanaticamente per la non-violenza. La quale, se è una forma di auto-costrizione ideologica, è anch'essa violenza. Non ho mai esercitato nella mia vita alcuna forma di violenza né fisica né morale semplicemente perché mi sono affidato alla mia natura, cioè alla mia cultura”
Pier Paolo Pasolini
Pier Paolo Pasolini
Io so.
Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato "golpe" (e che in realtà è una serie di "golpe" istituitasi a sistema di protezione del potere).
Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.
Io so i nomi del "vertice" che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di "golpe", sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli "ignoti" autori materiali delle stragi più recenti.
Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).
Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l'aiuto della Cia (e in second'ordine dei colonnelli greci e della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il 1968, e in seguito, sempre con l'aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del referendum.
Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l'altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l'organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista). Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi italiani bruciavano), o a dei personaggio grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli.
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari.
Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.
Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l'arbitrarietà, la follia e il mistero.
Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell'istinto del mio mestiere. Credo che sia difficile che il mio "progetto di romanzo" sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti. Credo inoltre che molti altri intellettuali e romanzieri sappiano ciò che so io in quanto intellettuale e romanziere. Perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il '68 non è poi così difficile.
Tale verità - lo si sente con assoluta precisione - sta dietro una grande quantità di interventi anche giornalistici e politici: cioè non di immaginazione o di finzione come è per sua natura il mio. Ultimo esempio: è chiaro che la verità urgeva, con tutti i suoi nomi, dietro all'editoriale del "Corriere della Sera", del 1° novembre 1974 [L’editoriale di Paolo Meneghini era intitolato “L’ex-capo del Sid, generale Miceli arrestato per cospirazione politica] .
Probabilmente i giornalisti e i politici hanno anche delle prove o, almeno, degli indizi.
Ora il problema è questo: i giornalisti e i politici, pur avendo forse delle prove e certamente degli indizi, non fanno i nomi.
A chi dunque compete fare questi nomi? Evidentemente a chi non solo ha il necessario coraggio, ma, insieme, non è compromesso nella pratica col potere, e, inoltre, non ha, per definizione, niente da perdere: cioè un intellettuale.
Un intellettuale dunque potrebbe benissimo fare pubblicamente quei nomi: ma egli non ha né prove né indizi.
Il potere e il mondo che, pur non essendo del potere, tiene rapporti pratici col potere, ha escluso gli intellettuali liberi - proprio per il modo in cui è fatto - dalla possibilità di avere prove ed indizi.
Mi si potrebbe obiettare che io, per esempio, come intellettuale, e inventore di storie, potrei entrare in quel mondo esplicitamente politico (del potere o intorno al potere), compromettermi con esso, e quindi partecipare del diritto ad avere, con una certa alta probabilità, prove ed indizi.
Ma a tale obiezione io risponderei che ciò non è possibile, perché è proprio la ripugnanza ad entrare in un simile mondo politico che si identifica col mio potenziale coraggio intellettuale a dire la verità: cioè a fare i nomi.
Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia.
All'intellettuale - profondamente e visceralmente disprezzato da tutta la borghesia italiana - si deferisce un mandato falsamente alto e nobile, in realtà servile: quello di dibattere i problemi morali e ideologici.
Se egli vien messo a questo mandato viene considerato traditore del suo ruolo: si grida subito (come se non si aspettasse altro che questo) al "tradimento dei chierici". Gridare al “tradimento dei chierici” è un alibi e una gratificazione per i politici e per i servi del potere.
Ma non esiste solo il potere: esiste anche un'opposizione al potere. In Italia questa opposizione è così vasta e forte da essere un potere essa stessa: mi riferisco naturalmente al Partito comunista italiano.
È certo che in questo momento la presenza di un grande partito all'opposizione come è il Partito comunista italiano è la salvezza dell'Italia e delle sue povere istituzioni democratiche.
Il Partito comunista italiano è un paese pulito in un paese sporco, un paese onesto in un paese disonesto, un paese intelligente in un paese idiota, un paese colto in un paese ignorante, un paese umanistico in un paese consumistico.
In questi ultimi anni tra il Partito comunista italiano, inteso in senso autenticamente unitario - in un compatto "insieme" di dirigenti, base e votanti - e il resto dell'Italia, si è aperto un baratto: per cui il Partito comunista italiano è divenuto appunto un "paese separato", un'isola. Ed è proprio per questo che esso può oggi avere rapporti stretti come non mai col potere effettivo, corrotto, inetto, degradato: ma si tratta di rapporti diplomatici, quasi da nazione a nazione. In realtà le due morali sono incommensurabili, intese nella loro concretezza, nella loro totalità. È possibile, proprio su queste basi, prospettare quel "compromesso", realistico, che forse salverebbe l'Italia dal completo sfacelo: "compromesso" che sarebbe però in realtà una "alleanza" tra due Stati confinanti, o tra due Stati incastrati uno nell'altro.
Ma proprio tutto ciò che di positivo ho detto sul Partito comunista italiano ne costituisce anche il momento relativamente negativo.
La divisione del paese in due paesi, uno affondato fino al collo nella degradazione e nella degenerazione, l'altro intatto e non compromesso, non può essere una ragione di pace e di costruttività.
Inoltre, concepita così come io l'ho qui delineata, credo oggettivamente, cioè come un Paese nel Paese, l'opposizione si identifica con un altro potere: che tuttavia è sempre potere.
Di conseguenza gli uomini politici di tale opposizione non possono non comportarsi anch'essi come uomini di potere.
Nel caso specifico, che in questo momento così drammaticamente ci riguarda, anch'essi hanno deferito all'intellettuale un mandato stabilito da loro. E, se l'intellettuale viene meno a questo mandato - puramente morale e ideologico - ecco che è, con somma soddisfazione di tutti, un traditore.
Ora, perché neanche gli uomini politici dell'opposizione, se hanno - come probabilmente hanno - prove o almeno indizi, non fanno i nomi dei responsabili reali, cioè politici, dei comici golpes e delle spaventose stragi di questi anni? È semplice: essi non li fanno nella misura in cui distinguono - a differenza di quanto farebbe un intellettuale - verità politica da pratica politica. E quindi, naturalmente, neanch'essi mettono al corrente di prove e indizi l'intellettuale non funzionario: non se lo sognano nemmeno, com'è del resto normale, data l'oggettiva situazione di fatto.
L'intellettuale deve continuare ad attenersi a quello che gli viene imposto come suo dovere, a iterare il proprio modo codificato di intervento.
Lo so bene che non è il caso - in questo particolare momento della storia italiana - di fare pubblicamente una mozione di sfiducia contro l'intera classe politica. Non è diplomatico, non è opportuno. Ma queste categorie della politica, non della verità politica: quella che - quando può e come può - l'impotente intellettuale è tenuto a servire.
Ebbene, proprio perché io non posso fare i nomi dei responsabili dei tentativi di colpo di Stato e delle stragi (e non al posto di questo) io non posso pronunciare la mia debole e ideale accusa contro l'intera classe politica italiana.
E io faccio in quanto io credo alla politica, credo nei principi "formali" della democrazia, credo nel Parlamento e credo nei partiti. E naturalmente attraverso la mia particolare ottica che è quella di un comunista.
Sono pronto a ritirare la mia mozione di sfiducia (anzi non aspetto altro che questo) solo quando un uomo politico - non per opportunità, cioè non perché sia venuto il momento, ma piuttosto per creare la possibilità di tale momento - deciderà di fare i nomi dei responsabili dei colpi di Stato e delle stragi, che evidentemente egli sa, come me, non può non avere prove, o almeno indizi.
Probabilmente - se il potere americano lo consentirà - magari decidendo "diplomaticamente" di concedere a un'altra democrazia ciò che la democrazia americana si è concessa a proposito di Nixon - questi nomi prima o poi saranno detti. Ma a dirli saranno uomini che hanno condiviso con essi il potere: come minori responsabili contro maggiori responsabili (e non è detto, come nel caso americano, che siano migliori). Questo sarebbe in definitiva il vero colpo di Stato.
Rispondendo all'amico Nybras...dico la mia.
Su Pasolini possiamo dire tante cose. E' senza dubbio una personalità complessa della nostra Italia, una personalità unica nel nero fumo di questo paese. Un paese il nostro fatto di ombre scure grandi come monti....comperto da un moralismo imbarazzante, da una omertà che ha sorvolato su crimini e ingiustizie. Il nostro paese tra Governi che convivono insieme alla mafia e mafia che vive accanto ai cittadini...che non sanno, che non vedono, che non parlano. Gli unici che ci provano saltano in aria come Falcone e Borsellino non dobbiamo mai dimenticarli. Un paese di stragi prescritte, irrisolte....paese dove la televisione e i mezzi di comunicazione fanno del qualunquismo e del popolusmo una regola. Paese di abusi edilizi e di tasse non pagate. Paese dalla memoria confusa...che dimentica i nonni e non ricorda i padri. Ecco Pasolini si colloca come personalità libera...omosessuale quando l'omosessualità non esisteva, cacciato dal PCI proprio per questo, uomo che stava dalla parte dei deboli...albero di frutti indimenticabili con i suoi libri, i suoi scritti sul Corriere della Sera, i suoi film. Pasolini ucciso da solo in una periferia delle nostre città, ammazzato come un cane nel fango da 3, 4, 5 milioni di qualunquisti fascistelli con l'amatriciana sullo stomaco. Pasolini che vedeva 30 anni avanti senza arroganza ma producendo un valore aggiunto al nostro ridicolo paese.
Pasolini che diceva:
L'identikit di questo volto ancora bianco del nuovo Potere attribuisce vagamente ad esso dei tratti "moderati", dovuti alla tolleranza e a una ideologia edonistica perfettamente autosufficiente; ma anche dei tratti feroci e sostanzialmente repressivi: la tolleranza è infatti falsa, perché in realtà nessun uomo ha mai dovuto essere tanto normale e conformista come il consumatore; e quanto all'edonismo, esso nasconde evidentemente una decisione a preordinare tutto con una spietatezza che la storia non ha mai conosciuto. Dunque questo nuovo Potere […] è in realtà - se proprio vogliamo conservare la vecchia terminologia - una forma "totale" di fascismo. Ma questo Potere ha anche "omologato" culturalmente l’Italia: si tratta dunque di un’omologazione repressiva, pur se ottenuta attraverso l'imposizione dell'edonismo e della joie de vivre.
[…]
il nuovo fascismo non distingue più: non è umanisticamente retorico, è americanamrente pragmatico. Il suo fine è la riorganizzazione e l'omologazione brutalmente totalitaria del mondo."
e diceva pure che:
"Io so: Io so i nomi dei responsabili di quello che
viene chiamato golpe ( e che in realtà è una serie di golpe istituitasi a
sistema di protezione del potere).
Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.
Il so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi
mesi del 1974.
Io so i nomi di coloro che, tra una messa e l'altra, hanno dato le
disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali.
Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e
stragi) di sui si sono resi colpevoli.
Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi."
Come del resto tutti sapevano ma nessuno diceva. Quindi basta guardare le date di questi interventi per capire chi fecero fuori nella miseria di questo paese. Neppure io conosco bene tutta l'opera di Pasolini ma ho capito l'anima e l'intento di un uomo libero. Perdiamo il nostro tempo nel conoscerlo e non nel giudicarlo.
zambini
Il PCI ai giovani!!
Pier Paolo Pasolini
È triste. La polemica contro
il PCI andava fatta nella prima metà
del decennio passato. Siete in ritardo, figli.
E non ha nessuna importanza se allora non eravate ancora nati...
Adesso i giornalisti di tutto il mondo (compresi
quelli delle televisioni)
vi leccano (come credo ancora si dica nel linguaggio
delle Università) il culo. Io no, amici.
Avete facce di figli di papà.
Buona razza non mente.
Avete lo stesso occhio cattivo.
Siete paurosi, incerti, disperati
(benissimo) ma sapete anche come essere
prepotenti, ricattatori e sicuri:
prerogative piccoloborghesi, amici.
Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte
coi poliziotti,
io simpatizzavo coi poliziotti!
Perché i poliziotti sono figli di poveri.
Vengono da periferie, contadine o urbane che siano.
Quanto a me, conosco assai bene
il loro modo di esser stati bambini e ragazzi,
le preziose mille lire, il padre rimasto ragazzo anche lui,
a causa della miseria, che non dà autorità.
La madre incallita come un facchino, o tenera,
per qualche malattia, come un uccellino;
i tanti fratelli, la casupola
tra gli orti con la salvia rossa (in terreni
altrui, lottizzati); i bassi
sulle cloache; o gli appartamenti nei grandi
caseggiati popolari, ecc. ecc.
E poi, guardateli come li vestono: come pagliacci,
con quella stoffa ruvida che puzza di rancio
fureria e popolo. Peggio di tutto, naturalmente,
e lo stato psicologico cui sono ridotti
(per una quarantina di mille lire al mese):
senza più sorriso,
senza più amicizia col mondo,
separati,
esclusi (in una esclusione che non ha uguali);
umiliati dalla perdita della qualità di uomini
per quella di poliziotti (l’essere odiati fa odiare).
Hanno vent’anni, la vostra età, cari e care.
Siamo ovviamente d’accordo contro l’istituzione della polizia.
Ma prendetevela contro la Magistratura, e vedrete!
I ragazzi poliziotti
che voi per sacro teppismo (di eletta tradizione
risorgimentale)
di figli di papà, avete bastonato,
appartengono all’altra classe sociale.
A Valle Giulia, ieri, si è cosi avuto un frammento
di lotta di classe: e voi, amici (benché dalla parte
della ragione) eravate i ricchi,
mentre i poliziotti (che erano dalla parte
del torto) erano i poveri. Bella vittoria, dunque,
la vostra! In questi casi,
ai poliziotti si danno i fiori, amici.
Nybras non condivido per niente quello che hai scritto. Domani ti rispondo sul mio Blog.